EquiAlitalia, i tagli di Alitalia.

TRN 228Mettiamola così, brutalmente: l’area metropolitana di Torino ha 2 milioni abbondanti di abitanti, 3 come bacino, e l’equivalente del PIL dell’intero Marocco o della Repubblica Slovacca. È il secondo polo di esportazione italiano, ci studiano 35mila studenti non piemontesi, di cui 15mila stranieri. Dati presenze turistiche: 13 milioni nel 2013. Dati aeroporto Torino Caselle: gennaio-luglio 2014: +8,6% (media nazionale: +3,6%).

Tutte condizioni che in altri Paesi, anche europei, farebbero di Torino Caselle TRN un signor aeroporto. Ma, c’è un ma. Grosso come una casa. E non è un ma, è un mi: Milano, a soli 100 km, al centro di un’area estesa che fa 5-7 milioni di abitanti e il doppio del PIL. Cento chilometri, visti dall’aereo, non sono nulla.

Queste cose non si possono ignorare, ma bisogna saperle gestire. Torino non ha saputo e non sa, così come non sa Milano e non sa Roma. Le difficoltà si possono trasformare in risorse, se uno è capace. Milano Malpensa MXP è il nome in questione. Non stiamo a parlare di come l’operazione sia stata gestita nel tempo, tra lobby politiche e economiche. Malpensa non è mai decollata veramente, giocando al gatto e al topo con Milano Linate LIN, e a guardie e ladri con Bergamo Orio al Serio BGY. Le difficoltà di Malpensa, legate anche alle vicende Alitalia AZ, avrebbero dovuto consigliare politica e economia di Torino di entrare nel business, di fare di Malpensa l’aeroporto di MITO, sigla già decollata in altri ambiti. Cosa c’è di più smart di un servizio condiviso: prendi uno e paghi mezzo. E invece no. La Lombardia va da sola, con difficoltà, e il Piemonte (MXP è al confine tra le due regioni) ancora di più.

Certo, se si ragionasse in termini logici del XXI Secolo e non illogici del Novecento, è chiaro che il Nordovest, con un bacino di 15 milioni di persone, avrebbe bisogno di un bel hub, piazzato in centro al triangolo, ad esempio ad Alessandria, e collegato da ferrovie veloci in gradi di percorrere la tratta aeroporto centro di Milano / Torino / Genova / Parma in 15 / 20 minuti. Ma questi sono sogni per il XXII secolo, se ancora si volerà.

Invece, ci teniamo le piccole politiche. Alitalia taglierà da Torino TRN (leggi qui) ma anche da Linate LIN, da Venezia VCE e da Verona VRN, i voli per il sud. Il perché è semplice e ha un nome: Roma Fiumicino FCO.

È logico che l’azienda ragioni così, anche per presentarsi vergine alle agognate nozze arabe con Etihad EY.

Bisognerebbe però mettersi d’accordo. Avere una politica dei trasporti, magari nazionale.

In un paese a T come l’Italia, da Torino a Trieste, da Milano a Palermo forse, di aerei che portano a destinazione in un’oretta ce ne sarebbe bisogno. Come dimostrano gli scandinavi, per esempio, che sostengono tutte le rotte cosiddette antieconomiche di territori geograficamente allungati. È come quella storia di Trenitalia: tagliare i rami secchi. Dove per rami secchi si intendono quelle tratte ferroviarie con pochi treni, diesel, vecchi, sporchi e incustoditi, che ci mettono il triplo del tempo. Se uno non è costretto, su quei treni non ci sale. Ma, come dimostra invece l’alta velocità, se il treno funziona, lo prendo e lo pago il giusto.

D’altronde, se si sguarnisce una parte del territorio, aerei, treni, navi, strade, reti, lo si condanna al declino e all’abbandono, a lungo andare. Ma, per non farlo, bisogna avere un’idea di Paese e di sviluppo.

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